Recensione libro “Kana- Caratteri e suoni della lingua giapponese”

11/01/2020

Un nuovo anno all’insegna della lingua giapponese!

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Sabrina

Bentornati!

Inauguriamo questo 2020, come abbiamo fatto già sul canale YouTube, con una bella recensione di un libro per imparare la lingua giapponese.

Ringraziamo quindi la bravissima Francesca Spinelli per aver scritto per noi questo interessante articolo su un testo per imparare i kana che sembra essere molto utile.

Prima di lasciarvi alla lettura vi ricordiamo la nostra playlist con le recensioni dei libri per imparare la lingua giapponese:

 

E ora vai con la recensione:

 

KANA- Caratteri e suoni della lingua giapponese

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Francesca

Il libro Kana- Caratteri e suoni della lingua giapponese è stato pensato dal suo autore come un manuale di studio della lingua giapponese che potesse essere facilmente utilizzato dai principianti assoluti e/o dagli autodidatti. Esso può infatti essere letto e studiato senza difficoltà sia da coloro che intendano iscriversi a un corso universitario di lingua e cultura giapponese sia da coloro che vogliano solamente prendere lezioni di giapponese sia, anche e soprattutto, da coloro che desiderino avvicinarsi da autodidatti a una lingua che spesso “spaventa” per la sua difficoltà e distanza tipologica dall’italiano. I frutti del lungo studio del giapponese di Riccardo Gabarrini, autore del volume, hanno portato innanzitutto alla creazione del blog Studiare (da) Giapponese (https://studiaregiapponese.com/ ), uno spazio interamente dedicato al Giappone che non si focalizza però solo sullo studio della lingua (incoraggiato passo per passo grazie alla presenza di spiegazioni, elenchi di parole ed elementi grammaticali, informazioni sugli esami certificatori, link di supporto) ma anche sugli aspetti più tipici e interessanti del paese del Sol Levante. Tutta la sua esperienza è poi confluita nell’elaborazione di questo libro, che ha il grande pregio di fornire tutte le spiegazioni necessarie a imparare i due sillabari (hiragana e katakana), e quindi ad acquisire le basi per poi iniziare lo studio della lingua, senza usare tutto quel lessico specialistico che in effetti, almeno agli inizi, può inibire e complicare inutilmente il discorso. Gabarrini ha infatti sottolineato più volte come il suo scopo principale fosse proprio semplificare al massimo il primo approccio al giapponese e renderlo fruibile a un pubblico di qualsiasi tipo.

Il volume si apre con una Prefazione e con una sezione intitolata Come è fatto questo libro e come usarlo, che è fondamentale leggere all’inizio di tutto il percorso perché spiega la struttura del libro, in modo in cui sono organizzati gli esercizi e, cosa secondo me più importante, fornisce consigli su come suddividere lo studio dei vari capitoli per apprendere al meglio. L’introduzione di tutto il libro, Per chi ha fretta di iniziare, è stata pensata per chi ha già un’infarinatura generale degli argomenti e vuole subito passare agli esercizi o per chi vuole rimandare in un secondo momento l’approfondimento (linguistico e culturale) dei tre alfabeti giapponesi. Si parla infatti brevemente di cosa siano i kanji e di cosa siano i kana, delle differenze sostanziali tra hiragana e katakana e della pronuncia dei suoni del giapponese, informazioni indispensabili per procedere direttamente con gli esercizi. La prima e la seconda parte del libro costituiscono un approfondimento degli argomenti affrontati nell’introduzione: la prima parte è dedicata ai kana, ai kanji e al rōmaji, la seconda parte affronta invece il discorso della lettura, della scrittura e della pronuncia dei suoni del giapponese. Ogni spiegazione è condotta in modo chiaro, semplice e, spesso, anche divertente. La terza sezione è il “cuore” vero e proprio del libro, ossia la parte con gli esercizi. Ogni capitolo è dedicato all’apprendimento di cinque kana (oppure dieci o quindici nel caso di sillabe con nigorizzazione e/o maruizzazione) e si apre con la presentazione della riga di kana da imparare e con degli adorabili disegni (ad opera della moglie di Gabarrini, l’illustratrice Aki Kaku) che facilitano la memorizzazione delle prime parole. Si passa poi alla scrittura vera e propria dei kana, che viene incoraggiata fornendo una tabella a quadretti in cui scrivere. Il secondo esercizio consiste nella traslitterazione delle parole dal rōmaji (il nostro alfabeto latino) all’hiragana o al katakana, il terzo è un esercizio di lettura (che l’autore sollecita a ripetere più volte fin quando non si è in grado di leggere ad alta voce velocemente e senza errori) e il quarto propone invece la trascrizione in rōmaji delle parole fornite in kana e la scrittura del loro significato, il che induce a imparare e ricordare le parole incontrate nel capitolo. Concludendo, questo è un volume molto facile da usare ma anche completo in tutte le sue parti e i disegni di panda e altri animali non fanno che renderlo ancora più accattivante e piacevole! Io ho utilizzato proprio questo libro per cimentarmi finalmente nello studio del giapponese (da autodidatta e da principiante assoluta) e posso affermare che il più grande valore di questo libro risieda nella costante presenza dell’autore che, come un insegnante vero e proprio, richiama l’attenzione del lettore nei punti cruciali, ricorda al momento giusto regole ed eccezioni, incoraggia a ripetere un esercizio ancora e ancora, suggerisce di tornare indietro a rivedere una determinata regola o spiegazione se si è davanti a un punto cruciale e così via. Inoltre, così facendo, si impara in modo induttivo e senza dover tentare di ricordare a memoria intere tabelle di simboli.

Riccardo Gabarrini è anche autore di un manuale dedicato a un primo approccio ai kanji, Capire i Kanji-la loro origine e il loro uso, che guida allo studio dei primi 148 kanji (compresi tutti quelli del JLPT N5) e che utilizza lo stesso efficace metodo dell’altro libro, nonché di un bellissimo e utilissimo volume intitolato 100 proverbi giapponesi (disponibile in due versioni, a colori o in bianco e nero). Molto utile è anche il gruppo Facebook (Imparare il giapponese) collegato al suo blog e di cui l’autore si occupa in prima persona, fornendo consigli agli utenti e sciogliendo dubbi linguistici di ogni tipo.

Francesca Spinelli

Per chi volesse acquistare i libri in oggetto ecco i link ad Amazon:

Kana-caratteri e suoni della lingua giapponese: https://amzn.to/2QI4k8E

Capire i Kanji: https://amzn.to/36LcsLg

100 proverbi giapponesi: https://amzn.to/2FEEgou

Ricapitolando…

25/11/2019

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ANDREA

Un guizzo emotivo dato dalla musica di Joe Hisaishi, questo ha portato all’ultimo vecchio post pubblicato sul blog di Giappone a quattro mani, che in realtà avevamo accantonato già da mesi e mesi.

C’è stato un lungo periodo di pubblicazione a singhiozzo: la nostra assenza era dovuta all’impegno necessario per lo studio della lingua giapponese a Tokyo e, non di meno, alla concentrazione dei nostri sforzi sul canale youtube che ci ha portato verso la multimedialità e al contatto diretto con i nostri follower.

Ogni tanto però la nostalgia del blog ritorna, perché in fondo ci sono cose che è più bello scrivere e ci sono articoli che possono accompagnare e valorizzare i nostri video tra un social e l’altro.

Adesso sentiamo il bisogno di fare un punto della situazione per inaugurare l’inizio di un nuovo percorso. Come molti sanno abbiamo lasciato il Giappone così che Sabrina possa terminare gli studi universitari ed ottenere una laurea che è risultata praticamente indispensabile per ottenere un visto lavorativo nel campo in cui le piacerebbe operare. Io invece avrei potuto avere qualche possibilità in più, ma avrei dovuto prolungare il mio soggiorno per altri 6 mesi, il che significava nuove ingenti spese senza una totale garanzia di avere infine successo e dovendo dividerci come coppia. Una volta messe le opzioni sui piatti della bilancia è stato piuttosto facile decidere di tornare a casa, nonostante la passione per Tokyo e gli stimoli che ci ha regalato.

Sia chiaro, lo scopo è sempre quello di ritornare, lo abbiamo solo messo in background e ci stiamo dando da fare (anche) per quello.

L’anno scorso ho seguito Sabrina a Torino sperando che ci fossero maggiori possibilità lavorative che nella mia piccola città, ma è stato un buco nell’acqua. Anzi, mi è stato commissionato un lavoro nella mia Savona proprio in quel periodo, il che ha fatto di Torino una scomodità più che un’opportunità per me. È triste perché l’occasione di convivere e condividere tutto con Sabrina si è realizzata proprio nel momento in cui io mi sono sentito meno appagato in termini di stimoli e produttività (ben lontano dall’appagamento che mi dava la condivisione di esperienze a Tokyo).

Com’è finita? È finita che ho deciso di iscrivermi all’università anche io! Non che abbia una particolare voglia di studiare, sono sincero (o meglio, vorrei piuttosto continuare a dedicarmi allo studio della lingua giapponese), ma a pensarci bene questa è una soluzione che può avere un senso. Mi riferisco a un titolo di studio che mi permetterebbe di recuperare qualche punto sulle tabelle dell’immigrazione giapponese, che ho perso per via dell’età, di avvicinarmi alle graduatorie per l’insegnamento, di sviluppare le mie capacità dal punto di vista tecnologico per una (speriamo) posizione più concreta nel mondo del lavoro, data la mia attuale formazione spiccatamente umanistica.

Di che titolo si tratta? È una laurea magistrale in Digital Humanities. E cosa sono le Digital Humanities? Ecco, questo sembra già più difficile spiegarlo, se si pensa che è un corso che nasce come naturale proseguimento degli studi di scienze della comunicazione ma è gestito dal dipartimento di ingegneria e si occupa di formare professionisti che sappiano coniugare conoscenze dell’ambito umanistico con altre conoscenze di ambito scientifico. Insomma prendiamo un mixer, ci mettiamo dentro arte, psicologia, informatica, design, magari anche un pizzico di statistica, pigiamo il bottone e, con il rumore straziante di studenti che si fanno in quattro e urlano in preda a incubi nei quali si ritrovano impreparati per la maturità di 15 anni prima, ecco che esce il mio corso in Digital Humanities, curriculum “tecnologie delle emozioni”!

Ok, ho iniziato da poco, un giorno ve lo saprò spiegare meglio…

The little house e la fisarmonica di Joe Hisaishi

18/03/18

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ANDREA

L’altro ieri notte ho avuto la fortuna di capitare casualmente su Rai 3 dove venivano trasmesse le prime scene di un film giapponese.
Mi sono soffermato a guardare perché era in lingua originale con i sottotitoli e poteva essermi utile per fare un po’ di esercizio di ascolto, dopotutto il film aveva una certa magica atmosfera che invogliava a continuarne la visione. «Ah! Un contenuto televisivo degno delle tre I della vecchia rai (informare, istruire, intrattenere – ispirate dall’etica della BBC)» ho pensato «e non sembra un polpettone sgranato e carico di segni del tempo di quelli che ogni tanto propone Ghezzi (senza nulla togliere a certi capolavori del passato che l’Illustre mi ha permesso di conoscere).»
Il film in questione era “The little house” (小さいおうち Chiisai ouchi), film del 2014 diretto da Youji Yamada, che ha vinto l’Orso d’argento per la migliore attrice al festival di Berlino.

The little house2

Non sono un esperto di cinema, ammetto di aver premuto il tasto “info” sul telecomando e controllato su wikipedia le pochissime informazioni disponibili.
Era l’una di notte e il film sarebbe finito alle tre passate.
Io avevo tutt’altro da fare: volevo lavorare per il mio canale musicale di youtube e anche comporre per altri progetti più consistenti, ma continuavo a sentirmi in balìa di quello “slice of life” che narra le vicende che girano intorno a una bella casa dal tetto rosso sulla sommità di una collina.
Protagonisti della storia erano in particolare i sentimenti della donna di casa e della sua domestica, voce narrante, durante il periodo poco precedente all’attacco di Pearl Harbour, con i pensieri della guerra e l’embargo sui prodotti nipponici.
Un classico della poetica contemporanea giapponese, insomma.
E poi c’era quella fisarmonica nella colonna sonora! Ho scritto a Sabrina, visto che non era con me, nel caso avesse voluto vedere anche lei il film: «Ricorda Miyazaki…» le ho detto «però con scene reali e attori in carne e ossa».
La fisarmonica mi riportava alla mente “Si alza il vento” e, tra i titoli di coda, con il magone in gola e gli occhi lucidi, ho letto un nome e ho scoperto il motivo di quella associazione:

“Musiche: Joe Hi”.

The little house3Eccolo lì, lo sapevo! La colonna sonora era stata composta da Joe Hisaishi, il maestro che ha creato innumerevoli memorabili brani per i lungometraggi di Miyazaki.
Nella mia percezione anche la regia non si è rivelata poi così distante dalle atmosfere incantate dello Studio Ghibli, è stata una scoperta davvero curiosa.
Sono contento di aver lasciato da parte le usuali abitudini e necessità e di aver concesso il mio tempo a questo film capitatomi davanti per caso; è stato inoltre un buon esercizio, perché il linguaggio utilizzato era abbastanza semplice e godibile per chi possiede un livello di giapponese intermedio come il mio.
Se vi capita di notare questo film nel palinsesto televisivo o conoscete una fonte online dove trovarlo (attualmente è disponibile su Raiplay.it alla voce “film in lingua straniera”), guardatelo e lasciatevi trascinare, ve lo consiglio altamente, anche se non siete degli appassionati del Giappone.

N.B.
C’è una nota negativa legata al film che devo riconoscere in quanto musicista: noi spesso diciamo che per lavorare in Giappone bisogna offire qualcosa che i giapponesi non possiedono.
Nel nostro caso si può offrire l’italianità, anche in musica, che loro non hanno.
Poi pensi alle fisarmoniche di Joe e alle splendide melodie che sanno di Francia, Italia, magari Germania…quell’aria occidentale europea che, stereotipata o meno, tutti sappiamo riconoscere.
Ecco.
Ora penso che andrò a chiudermi nel guscio della mia stanza per i prossimi mesi, in attesa di cambiare idea e ritrovare nuovi stimoli e motivazione…!

Una granita “alla giapponese”!

25/08/2017

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ANDREA

Oggi dopo lezione sono andato con i miei compagni di scuola a mangiare nella zona più tradizionale di Nippori, quella dove si trovano un sacco di cose a tema “gatto”: Yanaka Ginza. Dopo essere stati spennati da una signora dall’aspetto austero e dallo spirito ligure in un localino nascosto tra le vie della zona (circa 1700 yen per un curry rice contenuto e un bicchiere d’aranciata, non si accettano monete da 1 e 5 centesimi come pagamento) io e la mia amica Sarah, italiana anche lei, abbiamo deciso che avremmo assaggiato una kakigoori (かき氷) fatta come si deve. La kakigoori è una sorta di granita orientale piuttosto voluminosa che si presenta quasi come una piccola nuvola.

Kakigori

La kakigoori di Sarah, con il piattino con lo sciroppo di pesca e la coppetta di thé all’orzo.

Ci siamo diretti allora verso Himitsudo (ひみつ堂), un locale specializzato in questo tipo di dolci. Sarah mi ha raccontato che una volta aveva visto un servizio sulla tv giapponese in cui si parlava proprio di questo posto. Evidentemente Himitsudo gode di una certa fama e lo abbiamo notato subito appena giunti davanti alla porta di ingresso: c’erano persone in coda da entrambi i lati della strada. Si dice che l’attesa per mangiare una kakigoori qui possa raggiungere anche diverse ore. Erano le 14:30 e ci hanno detto che se non volevamo aspettare avremmo potuto fare un ticket e ritornare alle 16:30. Ma noi stoicamente abbiamo aspettato in coda, nemmeno così a lungo a dire il vero. All’ingresso parte dell’attesa è stata stemperata osservando i due addetti alla “sfogliatura” (sarà il termine giusto?) del ghiaccio nelle coppe da servire. Il meccanismo era del tutto manuale: c’era un cubo di ghiaccio di 10cm3 (pare che arrivi da Nikko e sia il migliore in termini di qualità) inserito in una macchina con una lama e una ruota con manopola. Gira e rigira, gratta e rigratta con il braccio destro; la ciotola viene sapientemente fatta ruotare sotto al grattugione con la mano sinistra. Un’ora così e, sono sicuro, ci si guadagna un braccio degno di Sylvester Stallone in “Over the top” e magari anche una tendinite in omaggio.

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La mia ichigo (fragola) kakigori sbrodolosa!

L’ordinazione prevedeva una kakigori alla pesca per Sarah e una alla fragola per me. Non ne conosco il motivo, ma a Sarah è stato portato un piattino con cui versare lo sciroppo di pesca a piacimento, mentre nel mio caso era già stato sbrodolato su metà della mia “nuvola”, come l’impiattamento comanda. Mi faceva un po’ strano perchè gran parte dello sciroppo stava colando sul bicchiere e nel vassoio (che spreco! ç__ç), ma a giudicare dagli altri tavoli non ero l’unico a subire questo trionfo di dolcezza colante.
Entrambi avevamo mangiato altre kakigoori precedentemente, ma di diversa fattura e più economiche. Questa volta non sapevamo cosa aspettarci se non che ci sarebbe stato anche del latte tra gli ingredienti oltre ai classici ghiaccio e sciroppo. Il primo impatto è stato positivo: il ghiaccio aveva un retrogusto dolciastro, probabilmente il latte alla fragola era stato usato come base, c’era un sentore di zucchero e anche di meringa, non saprei spiegarlo bene. La sofficiosità del ghiaccio era quella di sempre e anche lo sciroppo non credo fosse molto diverso. Ciò che cambia è la sorpresa una volta che la nuvola viene disfatta e divorata, perché la coppa di vetro in cui la nuvola è servita raccoglie ancora tutto il latte ed il sapore. Per questo ogni tavolo presenta diverse cannucce in dotazione. Un’ultima grande botta di dolcezza e la pancia davvero piena!

Il prezzo? 1100 yen (circa 9 euro), una mazzata anche lì considerato che per la stessa quantità le kakigoori meno rinomate costano meno della metà. In un altro articolo straniero che parla di Himitsudo vengono indicati 800-900 yen come costo per coppe elaborate, quindi non saprei giustificare il prezzo fatto a noi.

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Una kakigoori ordinata da Denny’s.

Vale la pena andarci? Certo, se volete provare qualcosa di caratteristico e di qualità. Ritornarci? Non lo so, sono in dubbio sul rapporto qualità/prezzo, considerato che anche le kakigoori più “povere” hanno un sufficiente quantitativo di dolcezza e soddisfano la voglia di freschezza in una calda giornata d’estate. Certo nel secondo caso aspettatevi di trovare solo il tipico gusto fragola. Himitsudo invece vi offre una scelta ampia e particolareggiata tra i quali anche pesca, melone, matcha, soya… Inoltre il menù cambia a seconda delle stagioni e d’estate si verificano variazioni giornaliere!
Ah! In aggiunta al dolce vi offrono anche una tazzina di thé all’orzo.
Dunque, buon appetito!

Altre 10 curiosità di Tokyo!

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ANDREA

Sono a Tokyo da sette mesi ed è tempo di ampliare la lista delle cose strane e particolari. E allora ecco altre 10 curiosità:

– Hirasshaimase! Questo è il benvenuto che i commessi danno ai clienti in visita e a cui questi ultimi non sono tenuti a rispondere. La curiosità sta nel fatto che i giapponesi rivolgono il saluto in maniera totalmente automatica quando il cliente gli passa vicino (avevamo già spiegato che i commessi giapponesi sono automi in carne ed ossa, ricordate?). Sono come una porta col campanello: hirasshaimaseeee! Hirasshaimaseeee! HIRASSHAIMASEEEEE! Questo va moltiplicato per la quantità di addetti nel negozio, perché dire commessi è limitante: vale anche per magazzinieri, cassieri, ecc… Se alcuni hanno il loro da fare e ti mormorano un benvenuto a voce bassa, altri fanno a gara a chi è più accomodante. Il risultato ottenuto va ancora moltiplicato per il numero di clienti in entrata e per quelli che transitano tra i vari scaffali. Ricordo un negozio di cose per la casa e uno starbucks dove gli addetti urlavano a intermittenza sempre quella stessa parola, volevo scappare.
Se non c’è qualcuno a urlare hirasshaimase c’è una musichetta tipica del marchio diffusa a ripetizione. Le canzoncine con le voci dei bambini sono terrificanti. Speravate di scamparla? Game over.
Ma onor del vero non è sempre così. Bisogna ammettere che l’ambiente giapponese, escludendo queste eccezioni limitate ad alcuni punti vendita, è generalmente silenzioso e confortevole. È un paese con una cultura nella quale dominano rigore, educazione e disciplina, e l’altro viene rispettato anche in questo senso.

La melodia che vi caccia via: poco prima dell’ora di chiusura, in alcuni centri commerciali viene diffusa una musica dolce e soave che ti rasserena il cuore e ti alimenta la voglia di girare ancora tra i negozi, parlare, sognare. Ecco, non fatelo. È come il pifferaio di Hamelin ma al contrario: il centro commerciale chiude, seguite tutti la strada, in massa verso l’uscita, grazie! Via! Fuori dalle balle e mata kondo!
Non capisco perché i giapponesi abbiano scelto una musica rilassante per invitare il cliente uscire dopo averlo bombardato tutto il giorno con ritornelli terribili e radio a tutto spiano, ma così è.

I camerieri vanno chiamati: quella che per noi occidentali potrebbe sembrare una scortesia in Giappone è la norma. I camerieri lasciano lo spazio necessario al cliente, che li chiamerà al momento opportuno: “Sumimasen!” (Scusi..!). Alcuni ristoranti sono provvisti di un tablet o di un aggeggino con un tasto che, quando premuto, produce un input sonoro udibile nel locale. Da lì a pochi istanti un cameriere verrà al vostro tavolo.

 

“Hanbaagaa” o “hanbaagu”? Ebbene sì, in Giappone ci sono due nomi per definire l’hamburger. Dove sta l’inghippo? Con hanbaagaa (ハンバーガー) si intende il panino rotondo classico americano o comunque la carne con cui lo si infarcisce, mentre l’hanbaagu (ハンバーグ) è la carne nel piatto, quella che noi chiamiamo anche svizzera. In Giappone è molto diffusa nei ristoranti di carne e fast food e viene proposta in mille versioni diverse di salse salsine salsette e contorni.
Occhio a quando ordinate!

– Gli ascensori adibiti al trasporto di un gran numero di persone (scuole, centri commerciali, ecc…) hanno il pannello con i numeri per la scelta del piano su più pareti, anche tutte e quattro.
Anche da noi? Non ricordo di aver mai notato questa cosa.

 

Tappi, cappucci, confezioni. Ogni cosa ha il tappo. Le matite hanno il cappuccio, la sfera delle penne a sfera ha un tappino di protezione all’acquisto, dolci e biscotti sono confezionati (anche singolarmente) dentro la confezione originale, i preparati per le zuppe idem…
Sembra una sorta di ossessione dove tutto deve essere protetto, intonso, asettico e ne consegue uno spreco di plastica e derivati enooooorme. Nei reparti di cancelleria di centri commerciali e konbini spesso e volentieri si trovano confezioni di cappucci per penne o matite…!

 

Offrire e ricevere con due mani. L’ho imparato a scuola durante una delle prime lezioni sui verbi: secondo i modelli di cortesia giapponese, quando si offre qualcosa (上げる ageru, dare, donare) l’oggetto va consegnato con entrambe le mani. Il destinatario, similmente, lo riceve (貰う morau, ricevere) con entrambe le mani. Non so se il giapponese moderno rispetti questo costume pedissequamente, ma da buoni stranieri possiamo farlo noi e dimostrarci educati e rispettosi.

Ceretta per i peli del naso e maschera per i punti neri: nei drug store più grandi si possono trovare interi scaffali dedicati alla pulizia del viso, quasi fosse un’ossessione. Vi giuro che esiste una ceretta per i peli del naso, una specie di tampone colloso che ti infili su per la narice e poi non oso immaginare le imprecazioni. Però i tizi sulla scatola mostravano una faccia estatica e sorridente e reggevano fieramente il bastoncino del dolore. Altro discorso per la maschera dei punti neri, che potrebbe essere vera e propria magia. Applicate il prodotto, aspettate che faccia effetto e puf…i pori dovrebbero aprirsi consentendovi di rimuovere insieme alla maschera tutti i punti neri, le ignominie e i peccati che vi portavate addosso dal tempo della cresima. Bruciate nelle fiamme di Monte Fato ciò che resta della maschera, poi destinate un giorno a piangere la fine delle creature che abitavano la vostra faccia e che erano parte di voi. Funziona meglio così.

 

Perché non mi incellophanate la borsa? Qui si respira un’aria diversa, se perdi qualcosa si dice che la ritrovi nel posto di polizia più vicino (non posso testimoniare perché fortunatamente non ho perso nulla, a parte l’ombrello che mi hanno ciullato a scuola perché sono tutti uguali e non è giapponese il “ladro”), non ti rubano il posto, e la gente non sembra nemmeno concepire l’idea di taccheggio. Qui puoi entrare in negozi e super mercati con lo zaino, con la borsa, con altri sacchetti e nessuno ti dice niente. E io che all’inizio mi preoccupavo pensando magari che dovessero incellophanarmi dalla testa ai piedi. Rubare? Qui non è costume… e comunque attenzione, perchè se vi beccano a farlo tornate dritti a casa con disonore e senza passare dal via.

Raccolta timbri: le aziende che gestiscono la metropolitana di Tokyo di tanto in tanto lanciano eventi legati a diversi anime, diffondendo i relativi album di raccolta timbri. Si apre quindi un rally delle varie stazioni indicate sull’album in stile “gotta catch’em all”. Ovviamente ad ogni stazione corrisponde un timbro differente. Noi siamo riusciti a stento a collezionarne due di dragonball (Crilin e Jirobae) nel giorno della scadenza dell’evento XD

Hai già letto le precedenti 10 curiosità?
https://giapponeaquattromani.wordpress.com/2017/01/19/10-curiosita-di-tokyo-a-due-mani-andrea-edition/

La difficoltà di trovare il tempo per scrivere un blog diario in Giappone

17/07/17
Giorno boh? Abbiamo perso il conto

(troppo sbattone controllare) XD

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SABRINA

Ci scusiamo per non essere riusciti a portare avanti il progetto originario di scrivere quasi giornalmente un diario della nostra esperienza giapponese, ma il canale YouTube, la pagina facebook, Instagram, ma soprattutto lo studio, che ci ha fagocitati e risputati in una specie di universo parallelo fatto di lacrime, sangue e kanji ci hanno impedito di avere anche solo 10 minuti liberi per scrivere due righe.

In pratica tutto si può ricondurre a dialoghi simili a questo, che di solito si svolgevano alle 10 di sera:

Sabrina: ” Hai finito di editare il video x?”

Andrea: “No, sto scegliendo la foto di oggi per Instagram”

Sabrina: “Ok, appena hai finito dimmelo che così lo montiamo insieme”

Andrea: “Ma no, faccio da solo che ci impiego meno tempo”

Sabrina: ” No, dai, avevo giusto due idee, inseriamo la foto Y, prima dello spezzone Z e poi….”

(Inserire 10-15 minuti di discussione a piacere sul montaggio video, più almeno mezz’ora o più per il suddetto)

Sabrina: “Ok, allora ora mi faccio un bagno, appena il video è caricato mi occupo di inserire i tag, la descrizione, i link agli altri video nella schermata finale, etc, nel frattempo tu crea l’immagine di anteprima con il titolo”

Andrea: “Ma serve proprio? Devo ancora fare 4 pagine di compiti per domani e studiare i kanji!”

Sabrina: ” Oddio, i kanji! Anch’io devo studiare quelli per domani!! Va beh, la inseriamo domani, intanto inizio a memorizzarli mentre sono nella vasca! Hai qualcosa pronto per il blog?”

Andrea: “No, non ne ho avuto il tempo”

Sabrina: ” Eh, nemmeno io, siamo indietrissimo, almeno un mese! Aaaaaarrrrggghhhh, non ricordo nemmeno più cosa è successo!”

Andrea: ” Va beh, dai, poi magari recuperiamo nel finesettimana, scriviamo un post riassuntivo”

Sabrina: “Sì, ottima idea, faremo così!”

(inserire imprevisti, compiti in classe, impegni, lavori e altre cose a piacere da fare/preparare/studiare durante il fine settimana).

Morale della favola, ci è stato impossibile proseguire con il diario, quindi qua scriveremo saltuariamente degli articoli, ovviamente a tema Giappone, con curiosità, eventi, informazioni, etc…

Per seguire invece le nostre avventure potete guardare i nostri vlog e le nostre live su Youtube!

Grazie per il vostro sostegno 🙂

Gli aironi, i pescatori e il parco Mizumoto

26/02/17
Giorno 55

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ANDREA

Oggi a Sabrina è venuta voglia di visitare un grosso parco che si trova vicino a casa nostra. In realtà vicino lo è per modo di dire, perché bisogna camminare tre quarti d’ora per raggiungerlo, ma per noi resta una delle mete papabili nei dintorni di questa periferia e forse un po’ d’aria fresca ci avrebbe fatto bene visto il fallimento della giornata precedente.

 

Sigaretta2È stato bello vedere come Tokyo si trasformi spostandosi verso l’esterno dal centro della prefettura. I palazzoni di Adachi, che già non sono vertiginosi come nel “vero” centro, perdono quota e lasciano spazio a casette e vie più tradizionali. Anche la densità tende al ribasso e cominciano a vedersi il fiume, la pista ciclabile che lo affianca, qualche orto. Alcuni edifici industriali (compreso l’inceneritore che io chiamo “la sigaretta blu”, che mi piace tanto per come si fonde con l’azzurro del cielo e che Sabrina si stufava di vedermi fotografare) tengono duro lungo la strada principale.
Ad un certo punto sono apparsi un torrente, un curioso molo e i primi pescatori. Dopo tanto camminare siamo stati ricompensati con un’improvviso incontro ravvicinato con due aironi, uno grande e uno piccolino tutto bianco. Controllavano i due pescatori della zona e accettavano di buon grado i pesciolini che questi gli offrivano.

Forse è stato il contatto più sorprendente con un elemento tipico dell’immaginario giapponese: mi sono subito venute in mente le raffigurazioni orientali dove questi uccelli sono spesso presenti e ho subito messo mano alla macchina fotografica guardando Sabrina con una faccia da “eh, qui la foto non posso non farla…”.

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In realtà questa foto è di Sabrina, che ha cominciato a scattare a ruota dietro di me

Proseguendo siamo arrivati al parco vero e proprio, il parco Mizumoto. C’era un sacco di gente, tante famiglie e bambini che correvano da una parte all’altra della prima piazza che abbiamo raggiunto. Come gli altri parchi giapponesi che ho visto, anche questo aveva il verde, il fiume (o laghetto), un ponticello sospeso da un lembo di terra a all’altro, uccelli uccellini uccelletti ovunque…purtroppo era già tardi e cominciava a fare freddo, quindi non ci siamo potuti soffermare troppo. Magari torneremo a controllare quando i ciliegi sbocceranno.


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SABRINA

Di solito usciamo o il sabato o la domenica, non entrambi i giorni perché comunque ci sono sempre un sacco di cose da fare e molto da studiare. Questa volta però avevo proprio voglia di rilassarmi un po’ in mezzo al verde e di visitare i dintorni. Domani andrò in ospedale perché le crisi d’asma si sono fatte più frequenti e oggi ho bisogno di rilassarmi e di respirare aria fresca. In effetti il parco si è rivelato più distante del previsto, anche perché il piccolo parco che lo precede non era attraversabile come sembrava visto da Google map. Circumnavigarlo ci è costato tempo e fatica, ma anche lui era carino. Ci potremo tornare per fare un picnic e giocare a palla o con il frisbee (le ultime parole famose, conoscendoci non lo faremo mai!). Visto che non sapevamo quanto sarebbe stata “wild” la zona in questione io mi sono voluta fermare a mangiare qualcosa al Mc Donald’s, faro di speranza in mezzo al nulla cosmico, con un recalcitrante Andrea che ha mangiato solo patatine fritte e un gelato. Ovviamente poi sulla strada abbiamo incontrato un sacco di ristoranti interessanti, pazienza, non volevo rischiare visto che avevo parecchia fame.
Successivamente abbiamo avuto un piccola discussione perché non ne potevo più di aspettare, visto che mi facevano anche male le gambe a stare ferma mentre Andrea faceva 200 foto allo stesso inceneritore (come potete vedere qua sotto).

Finalmente arriviamo al parco e ci si presenta la bellissima e inusuale scena da lui descritta sopra con me estasiata a guardare gli aironi. Come da programma poi ci sistemiamo sui tavolini del parco a studiare ma, visto che in pratica tremavamo, dopo una mezz’oretta siamo tornati indietro, non senza prima scattare altre mille foto…