The little house e la fisarmonica di Joe Hisaishi

18/03/18

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ANDREA

L’altro ieri notte ho avuto la fortuna di capitare casualmente su Rai 3 dove venivano trasmesse le prime scene di un film giapponese.
Mi sono soffermato a guardare perché era in lingua originale con i sottotitoli e poteva essermi utile per fare un po’ di esercizio di ascolto, dopotutto il film aveva una certa magica atmosfera che invogliava a continuarne la visione. «Ah! Un contenuto televisivo degno delle tre I della vecchia rai (informare, istruire, intrattenere – ispirate dall’etica della BBC)» ho pensato «e non sembra un polpettone sgranato e carico di segni del tempo di quelli che ogni tanto propone Ghezzi (senza nulla togliere a certi capolavori del passato che l’Illustre mi ha permesso di conoscere).»
Il film in questione era “The little house” (小さいおうち Chiisai ouchi), film del 2014 diretto da Youji Yamada, che ha vinto l’Orso d’argento per la migliore attrice al festival di Berlino.

The little house2

Non sono un esperto di cinema, ammetto di aver premuto il tasto “info” sul telecomando e controllato su wikipedia le pochissime informazioni disponibili.
Era l’una di notte e il film sarebbe finito alle tre passate.
Io avevo tutt’altro da fare: volevo lavorare per il mio canale musicale di youtube e anche comporre per altri progetti più consistenti, ma continuavo a sentirmi in balìa di quello “slice of life” che narra le vicende che girano intorno a una bella casa dal tetto rosso sulla sommità di una collina.
Protagonisti della storia erano in particolare i sentimenti della donna di casa e della sua domestica, voce narrante, durante il periodo poco precedente all’attacco di Pearl Harbour, con i pensieri della guerra e l’embargo sui prodotti nipponici.
Un classico della poetica contemporanea giapponese, insomma.
E poi c’era quella fisarmonica nella colonna sonora! Ho scritto a Sabrina, visto che non era con me, nel caso avesse voluto vedere anche lei il film: «Ricorda Miyazaki…» le ho detto «però con scene reali e attori in carne e ossa».
La fisarmonica mi riportava alla mente “Si alza il vento” e, tra i titoli di coda, con il magone in gola e gli occhi lucidi, ho letto un nome e ho scoperto il motivo di quella associazione:

“Musiche: Joe Hi”.

The little house3Eccolo lì, lo sapevo! La colonna sonora era stata composta da Joe Hisaishi, il maestro che ha creato innumerevoli memorabili brani per i lungometraggi di Miyazaki.
Nella mia percezione anche la regia non si è rivelata poi così distante dalle atmosfere incantate dello Studio Ghibli, è stata una scoperta davvero curiosa.
Sono contento di aver lasciato da parte le usuali abitudini e necessità e di aver concesso il mio tempo a questo film capitatomi davanti per caso; è stato inoltre un buon esercizio, perché il linguaggio utilizzato era abbastanza semplice e godibile per chi possiede un livello di giapponese intermedio come il mio.
Se vi capita di notare questo film nel palinsesto televisivo o conoscete una fonte online dove trovarlo (attualmente è disponibile su Raiplay.it alla voce “film in lingua straniera”), guardatelo e lasciatevi trascinare, ve lo consiglio altamente, anche se non siete degli appassionati del Giappone.

N.B.
C’è una nota negativa legata al film che devo riconoscere in quanto musicista: noi spesso diciamo che per lavorare in Giappone bisogna offire qualcosa che i giapponesi non possiedono.
Nel nostro caso si può offrire l’italianità, anche in musica, che loro non hanno.
Poi pensi alle fisarmoniche di Joe e alle splendide melodie che sanno di Francia, Italia, magari Germania…quell’aria occidentale europea che, stereotipata o meno, tutti sappiamo riconoscere.
Ecco.
Ora penso che andrò a chiudermi nel guscio della mia stanza per i prossimi mesi, in attesa di cambiare idea e ritrovare nuovi stimoli e motivazione…!

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Una granita “alla giapponese”!

25/08/2017

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ANDREA

Oggi dopo lezione sono andato con i miei compagni di scuola a mangiare nella zona più tradizionale di Nippori, quella dove si trovano un sacco di cose a tema “gatto”: Yanaka Ginza. Dopo essere stati spennati da una signora dall’aspetto austero e dallo spirito ligure in un localino nascosto tra le vie della zona (circa 1700 yen per un curry rice contenuto e un bicchiere d’aranciata, non si accettano monete da 1 e 5 centesimi come pagamento) io e la mia amica Sarah, italiana anche lei, abbiamo deciso che avremmo assaggiato una kakigoori (かき氷) fatta come si deve. La kakigoori è una sorta di granita orientale piuttosto voluminosa che si presenta quasi come una piccola nuvola.

Kakigori

La kakigoori di Sarah, con il piattino con lo sciroppo di pesca e la coppetta di thé all’orzo.

Ci siamo diretti allora verso Himitsudo (ひみつ堂), un locale specializzato in questo tipo di dolci. Sarah mi ha raccontato che una volta aveva visto un servizio sulla tv giapponese in cui si parlava proprio di questo posto. Evidentemente Himitsudo gode di una certa fama e lo abbiamo notato subito appena giunti davanti alla porta di ingresso: c’erano persone in coda da entrambi i lati della strada. Si dice che l’attesa per mangiare una kakigoori qui possa raggiungere anche diverse ore. Erano le 14:30 e ci hanno detto che se non volevamo aspettare avremmo potuto fare un ticket e ritornare alle 16:30. Ma noi stoicamente abbiamo aspettato in coda, nemmeno così a lungo a dire il vero. All’ingresso parte dell’attesa è stata stemperata osservando i due addetti alla “sfogliatura” (sarà il termine giusto?) del ghiaccio nelle coppe da servire. Il meccanismo era del tutto manuale: c’era un cubo di ghiaccio di 10cm3 (pare che arrivi da Nikko e sia il migliore in termini di qualità) inserito in una macchina con una lama e una ruota con manopola. Gira e rigira, gratta e rigratta con il braccio destro; la ciotola viene sapientemente fatta ruotare sotto al grattugione con la mano sinistra. Un’ora così e, sono sicuro, ci si guadagna un braccio degno di Sylvester Stallone in “Over the top” e magari anche una tendinite in omaggio.

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La mia ichigo (fragola) kakigori sbrodolosa!

L’ordinazione prevedeva una kakigori alla pesca per Sarah e una alla fragola per me. Non ne conosco il motivo, ma a Sarah è stato portato un piattino con cui versare lo sciroppo di pesca a piacimento, mentre nel mio caso era già stato sbrodolato su metà della mia “nuvola”, come l’impiattamento comanda. Mi faceva un po’ strano perchè gran parte dello sciroppo stava colando sul bicchiere e nel vassoio (che spreco! ç__ç), ma a giudicare dagli altri tavoli non ero l’unico a subire questo trionfo di dolcezza colante.
Entrambi avevamo mangiato altre kakigoori precedentemente, ma di diversa fattura e più economiche. Questa volta non sapevamo cosa aspettarci se non che ci sarebbe stato anche del latte tra gli ingredienti oltre ai classici ghiaccio e sciroppo. Il primo impatto è stato positivo: il ghiaccio aveva un retrogusto dolciastro, probabilmente il latte alla fragola era stato usato come base, c’era un sentore di zucchero e anche di meringa, non saprei spiegarlo bene. La sofficiosità del ghiaccio era quella di sempre e anche lo sciroppo non credo fosse molto diverso. Ciò che cambia è la sorpresa una volta che la nuvola viene disfatta e divorata, perché la coppa di vetro in cui la nuvola è servita raccoglie ancora tutto il latte ed il sapore. Per questo ogni tavolo presenta diverse cannucce in dotazione. Un’ultima grande botta di dolcezza e la pancia davvero piena!

Il prezzo? 1100 yen (circa 9 euro), una mazzata anche lì considerato che per la stessa quantità le kakigoori meno rinomate costano meno della metà. In un altro articolo straniero che parla di Himitsudo vengono indicati 800-900 yen come costo per coppe elaborate, quindi non saprei giustificare il prezzo fatto a noi.

bty

Una kakigoori ordinata da Denny’s.

Vale la pena andarci? Certo, se volete provare qualcosa di caratteristico e di qualità. Ritornarci? Non lo so, sono in dubbio sul rapporto qualità/prezzo, considerato che anche le kakigoori più “povere” hanno un sufficiente quantitativo di dolcezza e soddisfano la voglia di freschezza in una calda giornata d’estate. Certo nel secondo caso aspettatevi di trovare solo il tipico gusto fragola. Himitsudo invece vi offre una scelta ampia e particolareggiata tra i quali anche pesca, melone, matcha, soya… Inoltre il menù cambia a seconda delle stagioni e d’estate si verificano variazioni giornaliere!
Ah! In aggiunta al dolce vi offrono anche una tazzina di thé all’orzo.
Dunque, buon appetito!

Altre 10 curiosità di Tokyo!

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ANDREA

Sono a Tokyo da sette mesi ed è tempo di ampliare la lista delle cose strane e particolari. E allora ecco altre 10 curiosità:

– Hirasshaimase! Questo è il benvenuto che i commessi danno ai clienti in visita e a cui questi ultimi non sono tenuti a rispondere. La curiosità sta nel fatto che i giapponesi rivolgono il saluto in maniera totalmente automatica quando il cliente gli passa vicino (avevamo già spiegato che i commessi giapponesi sono automi in carne ed ossa, ricordate?). Sono come una porta col campanello: hirasshaimaseeee! Hirasshaimaseeee! HIRASSHAIMASEEEEE! Questo va moltiplicato per la quantità di addetti nel negozio, perché dire commessi è limitante: vale anche per magazzinieri, cassieri, ecc… Se alcuni hanno il loro da fare e ti mormorano un benvenuto a voce bassa, altri fanno a gara a chi è più accomodante. Il risultato ottenuto va ancora moltiplicato per il numero di clienti in entrata e per quelli che transitano tra i vari scaffali. Ricordo un negozio di cose per la casa e uno starbucks dove gli addetti urlavano a intermittenza sempre quella stessa parola, volevo scappare.
Se non c’è qualcuno a urlare hirasshaimase c’è una musichetta tipica del marchio diffusa a ripetizione. Le canzoncine con le voci dei bambini sono terrificanti. Speravate di scamparla? Game over.
Ma onor del vero non è sempre così. Bisogna ammettere che l’ambiente giapponese, escludendo queste eccezioni limitate ad alcuni punti vendita, è generalmente silenzioso e confortevole. È un paese con una cultura nella quale dominano rigore, educazione e disciplina, e l’altro viene rispettato anche in questo senso.

La melodia che vi caccia via: poco prima dell’ora di chiusura, in alcuni centri commerciali viene diffusa una musica dolce e soave che ti rasserena il cuore e ti alimenta la voglia di girare ancora tra i negozi, parlare, sognare. Ecco, non fatelo. È come il pifferaio di Hamelin ma al contrario: il centro commerciale chiude, seguite tutti la strada, in massa verso l’uscita, grazie! Via! Fuori dalle balle e mata kondo!
Non capisco perché i giapponesi abbiano scelto una musica rilassante per invitare il cliente uscire dopo averlo bombardato tutto il giorno con ritornelli terribili e radio a tutto spiano, ma così è.

I camerieri vanno chiamati: quella che per noi occidentali potrebbe sembrare una scortesia in Giappone è la norma. I camerieri lasciano lo spazio necessario al cliente, che li chiamerà al momento opportuno: “Sumimasen!” (Scusi..!). Alcuni ristoranti sono provvisti di un tablet o di un aggeggino con un tasto che, quando premuto, produce un input sonoro udibile nel locale. Da lì a pochi istanti un cameriere verrà al vostro tavolo.

 

“Hanbaagaa” o “hanbaagu”? Ebbene sì, in Giappone ci sono due nomi per definire l’hamburger. Dove sta l’inghippo? Con hanbaagaa (ハンバーガー) si intende il panino rotondo classico americano o comunque la carne con cui lo si infarcisce, mentre l’hanbaagu (ハンバーグ) è la carne nel piatto, quella che noi chiamiamo anche svizzera. In Giappone è molto diffusa nei ristoranti di carne e fast food e viene proposta in mille versioni diverse di salse salsine salsette e contorni.
Occhio a quando ordinate!

– Gli ascensori adibiti al trasporto di un gran numero di persone (scuole, centri commerciali, ecc…) hanno il pannello con i numeri per la scelta del piano su più pareti, anche tutte e quattro.
Anche da noi? Non ricordo di aver mai notato questa cosa.

 

Tappi, cappucci, confezioni. Ogni cosa ha il tappo. Le matite hanno il cappuccio, la sfera delle penne a sfera ha un tappino di protezione all’acquisto, dolci e biscotti sono confezionati (anche singolarmente) dentro la confezione originale, i preparati per le zuppe idem…
Sembra una sorta di ossessione dove tutto deve essere protetto, intonso, asettico e ne consegue uno spreco di plastica e derivati enooooorme. Nei reparti di cancelleria di centri commerciali e konbini spesso e volentieri si trovano confezioni di cappucci per penne o matite…!

 

Offrire e ricevere con due mani. L’ho imparato a scuola durante una delle prime lezioni sui verbi: secondo i modelli di cortesia giapponese, quando si offre qualcosa (上げる ageru, dare, donare) l’oggetto va consegnato con entrambe le mani. Il destinatario, similmente, lo riceve (貰う morau, ricevere) con entrambe le mani. Non so se il giapponese moderno rispetti questo costume pedissequamente, ma da buoni stranieri possiamo farlo noi e dimostrarci educati e rispettosi.

Ceretta per i peli del naso e maschera per i punti neri: nei drug store più grandi si possono trovare interi scaffali dedicati alla pulizia del viso, quasi fosse un’ossessione. Vi giuro che esiste una ceretta per i peli del naso, una specie di tampone colloso che ti infili su per la narice e poi non oso immaginare le imprecazioni. Però i tizi sulla scatola mostravano una faccia estatica e sorridente e reggevano fieramente il bastoncino del dolore. Altro discorso per la maschera dei punti neri, che potrebbe essere vera e propria magia. Applicate il prodotto, aspettate che faccia effetto e puf…i pori dovrebbero aprirsi consentendovi di rimuovere insieme alla maschera tutti i punti neri, le ignominie e i peccati che vi portavate addosso dal tempo della cresima. Bruciate nelle fiamme di Monte Fato ciò che resta della maschera, poi destinate un giorno a piangere la fine delle creature che abitavano la vostra faccia e che erano parte di voi. Funziona meglio così.

 

Perché non mi incellophanate la borsa? Qui si respira un’aria diversa, se perdi qualcosa si dice che la ritrovi nel posto di polizia più vicino (non posso testimoniare perché fortunatamente non ho perso nulla, a parte l’ombrello che mi hanno ciullato a scuola perché sono tutti uguali e non è giapponese il “ladro”), non ti rubano il posto, e la gente non sembra nemmeno concepire l’idea di taccheggio. Qui puoi entrare in negozi e super mercati con lo zaino, con la borsa, con altri sacchetti e nessuno ti dice niente. E io che all’inizio mi preoccupavo pensando magari che dovessero incellophanarmi dalla testa ai piedi. Rubare? Qui non è costume… e comunque attenzione, perchè se vi beccano a farlo tornate dritti a casa con disonore e senza passare dal via.

Raccolta timbri: le aziende che gestiscono la metropolitana di Tokyo di tanto in tanto lanciano eventi legati a diversi anime, diffondendo i relativi album di raccolta timbri. Si apre quindi un rally delle varie stazioni indicate sull’album in stile “gotta catch’em all”. Ovviamente ad ogni stazione corrisponde un timbro differente. Noi siamo riusciti a stento a collezionarne due di dragonball (Crilin e Jirobae) nel giorno della scadenza dell’evento XD

Hai già letto le precedenti 10 curiosità?
https://giapponeaquattromani.wordpress.com/2017/01/19/10-curiosita-di-tokyo-a-due-mani-andrea-edition/

La difficoltà di trovare il tempo per scrivere un blog diario in Giappone

17/07/17
Giorno boh? Abbiamo perso il conto

(troppo sbattone controllare) XD

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SABRINA

Ci scusiamo per non essere riusciti a portare avanti il progetto originario di scrivere quasi giornalmente un diario della nostra esperienza giapponese, ma il canale YouTube, la pagina facebook, Instagram, ma soprattutto lo studio, che ci ha fagocitati e risputati in una specie di universo parallelo fatto di lacrime, sangue e kanji ci hanno impedito di avere anche solo 10 minuti liberi per scrivere due righe.

In pratica tutto si può ricondurre a dialoghi simili a questo, che di solito si svolgevano alle 10 di sera:

Sabrina: ” Hai finito di editare il video x?”

Andrea: “No, sto scegliendo la foto di oggi per Instagram”

Sabrina: “Ok, appena hai finito dimmelo che così lo montiamo insieme”

Andrea: “Ma no, faccio da solo che ci impiego meno tempo”

Sabrina: ” No, dai, avevo giusto due idee, inseriamo la foto Y, prima dello spezzone Z e poi….”

(Inserire 10-15 minuti di discussione a piacere sul montaggio video, più almeno mezz’ora o più per il suddetto)

Sabrina: “Ok, allora ora mi faccio un bagno, appena il video è caricato mi occupo di inserire i tag, la descrizione, i link agli altri video nella schermata finale, etc, nel frattempo tu crea l’immagine di anteprima con il titolo”

Andrea: “Ma serve proprio? Devo ancora fare 4 pagine di compiti per domani e studiare i kanji!”

Sabrina: ” Oddio, i kanji! Anch’io devo studiare quelli per domani!! Va beh, la inseriamo domani, intanto inizio a memorizzarli mentre sono nella vasca! Hai qualcosa pronto per il blog?”

Andrea: “No, non ne ho avuto il tempo”

Sabrina: ” Eh, nemmeno io, siamo indietrissimo, almeno un mese! Aaaaaarrrrggghhhh, non ricordo nemmeno più cosa è successo!”

Andrea: ” Va beh, dai, poi magari recuperiamo nel finesettimana, scriviamo un post riassuntivo”

Sabrina: “Sì, ottima idea, faremo così!”

(inserire imprevisti, compiti in classe, impegni, lavori e altre cose a piacere da fare/preparare/studiare durante il fine settimana).

Morale della favola, ci è stato impossibile proseguire con il diario, quindi qua scriveremo saltuariamente degli articoli, ovviamente a tema Giappone, con curiosità, eventi, informazioni, etc…

Per seguire invece le nostre avventure potete guardare i nostri vlog e le nostre live su Youtube!

Grazie per il vostro sostegno 🙂

Gli aironi, i pescatori e il parco Mizumoto

26/02/17
Giorno 55

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ANDREA

Oggi a Sabrina è venuta voglia di visitare un grosso parco che si trova vicino a casa nostra. In realtà vicino lo è per modo di dire, perché bisogna camminare tre quarti d’ora per raggiungerlo, ma per noi resta una delle mete papabili nei dintorni di questa periferia e forse un po’ d’aria fresca ci avrebbe fatto bene visto il fallimento della giornata precedente.

 

Sigaretta2È stato bello vedere come Tokyo si trasformi spostandosi verso l’esterno dal centro della prefettura. I palazzoni di Adachi, che già non sono vertiginosi come nel “vero” centro, perdono quota e lasciano spazio a casette e vie più tradizionali. Anche la densità tende al ribasso e cominciano a vedersi il fiume, la pista ciclabile che lo affianca, qualche orto. Alcuni edifici industriali (compreso l’inceneritore che io chiamo “la sigaretta blu”, che mi piace tanto per come si fonde con l’azzurro del cielo e che Sabrina si stufava di vedermi fotografare) tengono duro lungo la strada principale.
Ad un certo punto sono apparsi un torrente, un curioso molo e i primi pescatori. Dopo tanto camminare siamo stati ricompensati con un’improvviso incontro ravvicinato con due aironi, uno grande e uno piccolino tutto bianco. Controllavano i due pescatori della zona e accettavano di buon grado i pesciolini che questi gli offrivano.

Forse è stato il contatto più sorprendente con un elemento tipico dell’immaginario giapponese: mi sono subito venute in mente le raffigurazioni orientali dove questi uccelli sono spesso presenti e ho subito messo mano alla macchina fotografica guardando Sabrina con una faccia da “eh, qui la foto non posso non farla…”.

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In realtà questa foto è di Sabrina, che ha cominciato a scattare a ruota dietro di me

Proseguendo siamo arrivati al parco vero e proprio, il parco Mizumoto. C’era un sacco di gente, tante famiglie e bambini che correvano da una parte all’altra della prima piazza che abbiamo raggiunto. Come gli altri parchi giapponesi che ho visto, anche questo aveva il verde, il fiume (o laghetto), un ponticello sospeso da un lembo di terra a all’altro, uccelli uccellini uccelletti ovunque…purtroppo era già tardi e cominciava a fare freddo, quindi non ci siamo potuti soffermare troppo. Magari torneremo a controllare quando i ciliegi sbocceranno.


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SABRINA

Di solito usciamo o il sabato o la domenica, non entrambi i giorni perché comunque ci sono sempre un sacco di cose da fare e molto da studiare. Questa volta però avevo proprio voglia di rilassarmi un po’ in mezzo al verde e di visitare i dintorni. Domani andrò in ospedale perché le crisi d’asma si sono fatte più frequenti e oggi ho bisogno di rilassarmi e di respirare aria fresca. In effetti il parco si è rivelato più distante del previsto, anche perché il piccolo parco che lo precede non era attraversabile come sembrava visto da Google map. Circumnavigarlo ci è costato tempo e fatica, ma anche lui era carino. Ci potremo tornare per fare un picnic e giocare a palla o con il frisbee (le ultime parole famose, conoscendoci non lo faremo mai!). Visto che non sapevamo quanto sarebbe stata “wild” la zona in questione io mi sono voluta fermare a mangiare qualcosa al Mc Donald’s, faro di speranza in mezzo al nulla cosmico, con un recalcitrante Andrea che ha mangiato solo patatine fritte e un gelato. Ovviamente poi sulla strada abbiamo incontrato un sacco di ristoranti interessanti, pazienza, non volevo rischiare visto che avevo parecchia fame.
Successivamente abbiamo avuto un piccola discussione perché non ne potevo più di aspettare, visto che mi facevano anche male le gambe a stare ferma mentre Andrea faceva 200 foto allo stesso inceneritore (come potete vedere qua sotto).

Finalmente arriviamo al parco e ci si presenta la bellissima e inusuale scena da lui descritta sopra con me estasiata a guardare gli aironi. Come da programma poi ci sistemiamo sui tavolini del parco a studiare ma, visto che in pratica tremavamo, dopo una mezz’oretta siamo tornati indietro, non senza prima scattare altre mille foto…

Mostra su Lupin da Isetan a Shinjuku

25/02/17
Giorno 54

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SABRINA

La giornata è cominciata con una tappa da Caffe veloce a Iidabashi, vicino alla mia scuola, perché mi sono impallata con dei micro gattini da appendere alle tazze che regalano in questo bar. Ne volevo assolutamente uno (o più) e ho convinto e praticamente trascinato Andrea a pranzare qui per avere più consumazioni da poter commutare in premi.
I panini e i dolci sono buoni, quindi alla fine è stato contento. Ho scoperto però che non in tutte le filiali di questa catena ci sono i panini preparati al momento, spesso ci sono solo dei tramezzini, se volete provare i panini che vedete nel video li trovate di sicuro a Iidabashi, ad Ayase ad esempio non li abbiamo trovati.

Nel pomeriggio su consiglio del nostro amico Dario che è entrato nel guinnes dei primati come maggior collezionista di oggettistica riguardande Lupin III (vi consiglio la sua pagina facebook), siamo andati da Isetan, un famoso centro commerciale di Shinjuku, per vedere questa mostra. Purtroppo la missione non è stata un successo perché era sabato e c’era così tanta gente che non siamo potuto entrare nella sala principale. T_T Qualcosina però siamo riusciti a filmare! 😀

Onestamente l’Isetan non fa per noi, 9 piani (più il tetto con giardino) di oggetti e cibi lussuosissimi e costosissimi e tanta di quella gente che fai fatica a passare. Saranno tutti ricchi? Forniscono addirittura interpreti e shopping assistance e hanno una propria carta di credito, la Isetan card.

Attualmente noi forse ci saremmo potuti permettere una scatola di cioccolatini al prezzo di una cena per due in un locale dignitoso.

Giusto per farvi un’idea date un’occhiata al loro sito: Isetan

Caro Isetan, ci rivedremo quando saremo milionari, o quando vorremo un bicchiere d’acqua gratis dalle parti di Shinjuku  😉


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ANDREA

Diario di viaggio del capitano,
la spedizione odierna non è andata a buon fine. Abbiamo esplorato il territorio secondo le coordinate ma le informazioni in nostro possesso non si sono rivelate sufficienti. Forse il nostro orientamento non si è rivelato adeguato, oppure non siamo stati in grado di decifrare la mappa. Forse, ancora, siamo arrivati tardi, quando altri avevano già fatto razzia.
Ci metto un po’ di avventura perché questa giornata mi ha annoiato e innervosito. Erano gli ultimi giorni dedicati a questa mostra su Lupin sparsa qua e là per il centro commerciale Isetan e quindi abbiamo colto l’occasione al volo. Però…però…dov’era la mostra? Va bene avere qualche difficoltà a leggere il giapponese, ma nonostante la mappa e il continuo sbandieramento di cartelli sul famoso personaggio degli anime ad ogni piano, di Lupin abbiamo trovato solo qualche briciola. L’Isetan è un centro commerciale bello grosso e pure di lusso, il che, a parte scattare qualche foto rubata (in Giappone spesso nei negozi è proibito), significa giungere alla conclusione: “ma che ci faccio qui?”. Un piano intero di dolci e cioccolato delle case più prestigiose (tra cui la FIKA! Giuro!), altri piani con oggettistica per casa e arredi di una certa caratura; li abbiamo girati in lungo e in largo ma solo in tre piani abbiamo trovato un angoletto di 5 metri per 3 su Lupin e compagnia: abiti ispirati a Jigen, Goemon, Fujiko, una vasca schiumosa con petali di rosa e la moto della scaltra donzella ad abbellire il quadro. In un piano, addirittura, seguendo le indicazioni siamo finiti in una sezione supermarket di prodotti biologici. Vai a capire.

Probabilmente il fulcro della mostra si trovava nell’unica zona dove non siamo andati, ovvero il ristorante con 40 minuti di attesa. Da lontano si vedevano alcuni completi da uomo sgargianti in bella mostra sui manichini, tipicamente nello stile di Lupin. Ma secondo me, visto l’andazzo, anche lì ci sarebbe stato più da mangiare che da vedere.

Va beh, non tutto può sempre andare liscio e comunque non mi fregano: Lupin non c’è stato davvero perché quel bellissimo e raffinato futon da 16000 euro è ancora lì.

Santuario Meiji e Shibuya

18/02/17
Giorno 47

 

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ANDREA

Finalmente vedo Shibuya, tanto celebre per l’incrocio con le strisce pedonali più attraversate del Giappone. È il trionfo della vita metropolitana, palazzoni e grattacieli ovunque, tempestati di manifesti e schermi pubblicitari. Si cammina in gregge e già solo per fare una foto con la piccola statua di Hachiko bisogna mettersi in coda. In mattinata abbiamo visitato il Meiji-Jingu nel parco Yoyogi, che dista 20 minuti a piedi, e ora sembra di essere catapultati in un altro mondo dove l’idea di spazio, natura, sacralità (abbiamo assistito anche a una parte del rito matrimoniale), cede il passo alla supremazia del consumismo e dei piaceri.

Quindi, abbandonandoci all’ignoranza gastronomica e a patriottica nostalgia, ci uniamo di nuovo al nostro amico Gabriele e ci scofaniamo tutta la pizza all-you-can-eat che il nostro stomaco è in grado di contenere. Dopo una lunga chiacchierata ci dividiamo e proseguiamo liberamente. Sulla strada c’è un negozio di strumenti di sei piani, una tappa che non può mancare. Per curiosità entriamo e, dopo aver puntato gli occhi su diverse chitarre dal prezzo medio di 5000 euro (belle le custom edition da 15000 euro eh…), usciamo e quasi sento un rimorso per aver disprezzato i piccoli negozi di roba tarocca che costa 60 volte di meno. Ok, sarebbe bello trovare una via di mezzo ora…

Mettiamo da parte la musica e cerchiamo un’agenzia di cambio. Non trovandola, ritiro qualcosa all’ATM e poi ci dirigiamo al famoso Shibuya 109, preferendo però la sezione “men’s” distaccata, dove ho speso più di quanto ritirato ç_ç Tu vai lì per curiosare ma i commessi tentano l’approccio aggressivo: prima tentano di agganciarti in giapponese e poi, se ne sono in grado, in inglese. Ti chiedono di te, fanno finta di interessarsi alla tua vita mentre balbetti disperatamente nella loro lingua per fare un po’ di esercizio con ciò che hai imparato fino ad ora. Ti fanno complimenti, non li capisci (fortuna che c’è Sabrina che capisce meglio di me!) , nonostante tutto annuisci e ti senti in dovere di comprare. Ti mettono addosso pezzi su pezzi facendoti diventare un attaccapanni umano, poi devi decidere se spezzargli il cuore dicendo che ci pensi o se dare fondo alla conto in banca. Beh, questa sera un commesso di un negozio di jeans starà piangendo, ma i due tizi del negozio Civarize staranno festeggiando, ho scoperto che è la marca che fa per me e ora posso andare in giro come un vero artista giapponese!

Modello Juditta

Una bella foto di anteprima con ancora tutti i cartellini del prezzo attaccati ai vestiti.

Via di lì prima che sia troppo tardi! Sabrina mi porta al Mandarake, un negozio “underground, molto underground!” con un ingresso che pare quello di una discoteca techno. Le luci a impulsi negano l’ingresso agli epilettici che scivolerebbero giù per le scale proni e in preda alle convulsioni (qui viene in mente la famosa scena dei Simpsons che guardano la TV giapponese). In questo posto si trovano tantissimi “QuDisk”, per citare di nuovo Antonio Albanese, pareti intere di manga, ma anche una miriade di altre a cose. A dispetto dell’ingresso ristretto, l’area è enorme, una miniera sotterranea di tesori: gran parte del materiale consiste in oggetti da collezione più o meno vintage, dai classici robottoni agli orribili pupazzetti plasticosi anni ‘60-’70 precursori delle moderne action figure. C’è anche una raccolta di gadget e riviste osé delle più famose modelle di quel tempo, per le ragazze invece quintali di foto di artisti bellocci. Ovviamente non mancano elementi hentai e anche yaoi: c’è un manga con un tizio in copertina tristemente sdraiato in un vicolo, sotto la pioggia, che probabilmente sta cercando di ricordarsi dove ha lasciato pantaloni e mutande. Tra l’altro la pioggia non sembra proprio pioggia, è disegnata torbida e copre il batacchio, triste anche lui. Un po’ più in là c’è una tizia ignuda che piange, ma non dagli occhi… Ok, scusate le immagini inusuali ma servono per spiegare un discorso nato subito dopo con Sabrina sulla censura giapponese. Non mi era chiarissimo, ma alla fine ho capito che qui l’importante è non mostrare la penetrazione (e va bene) ma nemmeno l’organo sessuale nella sua interezza. Allora piuttosto lo si copre con umori corporali e quant’altro, superando l’effetto stesso della censura, forse. Mostri generano mostri, in nome del tabù.
Si sta facendo tardi, ma, rinvigoriti dall’esperienza nerd, troviamo la forza per fare ancora un giro da Tokyu Hands, lì vicino. Sette piani pieni di roba per la casa, fai da te, modellismo, ufficio, ecc. Come sempre perdiamo un’ora ad appagare il nostro feticismo per i prodotti di cancelleria per poi scoprire che ci sono tanti altri settori e prodotti capaci di dare vita ad altri feticismi nuovi di zecca. Non riusciamo a esplorare tutto e ci ripromettiamo di tornare.
Si torna a casa stanchi ma contenti, pronti per la prossima avventura!


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SABRINA

Con mio disappunto ho scoperto che la nuova generazione ha perso il settimo senso che permetteva ai giapponesi di attraversare l’incrocio di Shibuya senza scontrare nessuno, anche quando avevano gli occhi fissi sul cellulare. Nel 2010 mi ero stupita perché sembravano avere un radar incorporato, mentre adesso ti vengono addosso senza nessuna remora, che tristezza.

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Il famoso Shibuya Crossing in prima persona.

Ma bando alla negatività, è stata proprio una bella giornata, male alle gambe a parte.

La mattina sono riuscita finalmente a vedere il Meiji-Jingu nel parco Yoyogi e mi ha fatto piacere portare Andrea a vedere alcune tappe fisse di Shibuya. Dovremo ritornarci comunque perché abbiamo trovato da Tokyu hands il bacco per stendere che cercavamo ovunque ma che non abbiamo comprato perché non sapevamo le misure e ci sono ancora tantissime cose da fare e da vedere!

Abbiamo mangiato la pizza che per ora si colloca al primo posto tra quelle più buone che abbiamo assaggiato a Tokyo da Shakey’s, non proprio come la pizza italiana, ma di un livello più che accettabile; sempre grazie a Gabu, che, avendo degli agganci, ha potuto anche ordinare le pizze che voleva, di solito qua è un “tutto a volontà” e ti prendi dal bancone le fette che vuoi dalle pizze già pronte. Ci sono anche diversi piatti di pasta e di insalata, ma noi ci siamo avventati sulle pizze e li abbiamo snobbati. Ho preso giusto un po’ di insalata di patate perché ormai ne sono dipendente. Il costo a pranzo è anche abbastanza contenuto, consigliato!

Noi oggi avevamo una missione da compiere e grazie a questa alla fine abbiamo assistito a una cosa stranissima: una nostra lettrice, Gaia, ci aveva chiesto se fosse stato possibile scattare una foto con un post it con un messaggio per il suo ragazzo a Tokyo e noi abbiamo scelto come location la statua di Hachiko, senza pensare che di sabato ci sarebbe stato un casino incredibile. Abbiamo fatto la coda e siamo riusciti a scattare al volo una foto e a girare il video giusto in tempo prima che un signore prendesse un gatto con un fiocchetto e lo mettesse tra le zampe della statua di Hachiko (?).  Poi se ne stava fiero a fotografare quelli che si fotografavano insieme al gatto (??). Perché? Non lo sappiamo e nemmeno ci viene in mente un motivo. Avevo solo paura che il gatto fuggisse in mezzo alla strada, ma non ci pensava nemmeno, si è messo a dormire lì e arrivederci a tutti.